I lavori del futuro: Green Jobs | flowe

I lavori del futuro: green jobs

22 settembre, 2021

di Matteo Plevano

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Il lavoro è sin dalla notte dei tempi lo strumento principale che l’essere umano si è dato per soddisfare i propri bisogni, desideri e per costruire la società che vuole. Lavorando si delinea il futuro, giorno dopo giorno, mattone su mattone; in questo modo prende forma l’ossatura del vivere comune, l’essenza stessa della società e della civiltà. 

Il lavoro è anche banalmente “ciò che c’è da fare”. Se c’è sporco per terra “c’è da spazzare”, se si guasta l’auto “c’è da aggiustarla”, se si guasta il rubinetto “c’è da ripararlo”. Se ci chiediamo cosa ci sia da fare oggi, troveremmo giganteschi problemi innanzi a noi: cambiamento climatico, gestione dei rifiuti, inquinamento, per citarne solo i più macroscopici. Tali problemi rappresentano certamente delle sciagure, ma al tempo stesso, se li guardiamo da un’altra prospettiva, rappresentano delle straordinarie e altrettanto gigantesche opportunità di lavoro, per risolverli e per migliorare le cose. 

Sette anni fa, in questo articolo, sostenevo che “in un futuro non troppo prossimo non avrà più senso parlare di green jobs in contrapposizione ai tradizionali posti di lavoro in quanto tutti i lavori saranno green”. Ecco, tale futuro sembra essere arrivato, o ci siamo quasi. Certo, molti lavori non possono avere una connotazione verde, penso ad esempio a tutte le professioni sanitarie (medici, infermieri ecc…), ma di certo, tutto ciò che ha a che fare con il produrre qualcosa, o anche solo con il pensare servizi innovativi, non può più prescindere dalla componente chiamata sostenibilità. 

Oggi questo concetto è un’architrave dell’attuale fase storica, ormai impossibile da non vedere e per questo da ignorare. Così come le rivoluzioni industriali sono state fatte da operai e da imprenditori (gli industriali per l’appunto), la rivoluzione dell’automazione da ingegneri e tecnici, la rivoluzione digitale da creativi e informatici, oggi la rivoluzione verde sarà compiuta da imprenditori “illuminati” e da green workers, in uno scenario in cui i ruoli spesso si intrecceranno in ecosistemi guidati da un fine.

Lavorare con uno scopo green (o “purpose” se vogliamo dirlo con termini internazionali) significa essere protagonisti dell’attuale fase storica, costruttori di un futuro per nulla scontato ma che può rappresentare un big bang delle energie e potenzialità umane. Non c’è nulla come avere una visione di futuro chiara, definita e positiva per attivare le energie delle persone verso uno scopo e quindi renderle produttive, vitali, e spesso felici.

La rivoluzione green nel mondo del lavoro

A questo punto diviene più importante ragionare su come accelerare tale cambiamento. La grande macchina della rivoluzione green si è messa in moto, ma troppo lentamente e non abbiamo molto tempo a disposizione, come ci avvertono solerti gli scienziati. Ciò che limita l’espressione dell’energia umana, che è alla base del dinamismo del sistema, sono i blocchi (ne avevo parlato in questo articolo), che rallentano e appesantiscono il fluire della storia. A mio avviso ci sono due grandi categorie di blocchi: quelli figli della paura e quelli figli dell’avidità. 

Nel primo caso generano la corruzione morale, la burocrazia, l’ambiguità, la manipolazione, che sono dei cancri del cambiamento, del libero fluire dell’energia e paradossalmente abbruttiscono pure le persone, che si ritrovano ancorate al proprio piccolo privilegio ma stanno male, spesso non solo psicologicamente. Nel secondo caso l’avido è fondamentalmente una persona stupida, non ha ancora capito che avere di più non lo fa stare meglio, che la qualità è ben più importante della quantità, che essere è ben più importante che avere. 

Questo blocco a mio avviso si sta rimuovendo da solo, con l’emergere prepotente di modelli di riferimento diversi dal passato legati alla qualità e non più alla quantità. Probabilmente l’avidità rimarrà, ma sarà avidità di tempo (avere tanto tempo per sé), di bellezza, di qualità di vita, quindi tutte cose non molto impattanti per il pianeta. Più difficile affrontare i blocchi figli della paura. Le società ricche, a mio avviso, sono abbastanza attanagliate dalla paura di perdere il proprio benessere, i propri privilegi, la propria condizione, ma in questa paura si sono ingessate in uno status quo che le porta a un lento ma inesorabile declino, morale, economico e sociale (in Italia tutto questo è a mio avviso evidente). 

Urge trovare un modo per lenire la paura o per sublimarla in qualcosa di positivo. Un modo potrebbe essere qualcosa simile a un reddito universale, un patto collettivo in cui nessuno finirà mai in disgrazia, ma alla peggio arriverà a un livello di vita base e dignitoso. In cambio si spazza via la burocrazia, le rendite di posizione, i privilegi e si sprigiona la piena libertà di fare, e con essa gli entusiasmi e la vitalità. Oppure ben vengano altre idee e soluzioni, purché si riesca a ridurre la paura. 

Il punto chiave è proprio questo, trovare modi per lenire la paura e stimolare il coraggio, esaltare la piena espressione e potenzialità umana, che come ci ha spesso dimostrato è capace di sorprenderci e lasciarci a bocca aperta. In questo scenario qualcuno ci perde qualcosa, ma non troppo, molti ci guadagnano in opportunità (di lavoro ed economiche) e tutti ci guadagnano in un’ottica complessiva legata alla sostenibilità del sistema. Cosa aspettiamo?

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